La stanza degli specchi

La stanza sembra più grande quando accendo la lampada accanto allo specchio. La luce si allunga sui bordi, si sdoppia, raddoppia il profilo della sedia, disegna una cornice sul pavimento. Ho preparato tre cose: lingerie scura, guanti lucidi e una mascherina in pizzo che lascia parlare gli occhi.

Poso il telefono sul cavalletto, apro la chat. “Pronta,” scrivo. La notifica arriva subito: “Inizia da dove vuoi tu.” Mi piace quando me lo dicono. Significa che posso scegliere l’angolo e farti entrare dalle mie regole.

Mi muovo davanti allo specchio con la lentezza di chi conosce la stanza. Alzo il mento di un soffio, lascio che il riflesso catturi la curva della spalla e la linea dei guanti. Faccio scivolare un dito sulla cornice, poi mi avvicino alla camera. La tua immagine, piccola nell’angolo, rimane ferma, come se avessi paura di rompere qualcosa.

“Respira,” sussurro, “te lo prendo io il tempo.”

Dimmi da quale riflesso vuoi che inizi.

La frase rimane sulla superficie del vetro come una riga di vapore che non si decide a svanire. Ti avvicini allo schermo; io indietreggio di mezzo passo, quanto basta perché mi vedi intera nello specchio e a metà in camera. È il mio trucco preferito: quello che accenna due versioni di me, una che invita e una che promette.

Scelgo di non partire dal centro. Sposto la sedia di lato, inclino la lampada finché diventa un taglio caldo, poi inquadro le mani. I guanti prendono luce e la restituiscono in piccole scaglie; apro e chiudo le dita come a misurare la distanza, prima sul vetro, poi su di me.

“Più vicino,” scrivi. Obbedisco di qualche centimetro, non di più. Quando si tratta di desiderio, il poco è una geometria precisa.

Mi chiedi se c’è un outfit di riserva. Sorrido: lo sai che sì. Appoggio la mascherina in pizzo sullo specchio, per un secondo sono due: quella reale e quella riflessa. Poi prendo dal cassetto una camicia bianca sottile; la indosso lentamente, lasciando che i polsini incontrino i guanti. È il suono che cercavi: il fruscio leggero prima del silenzio.

Ti dico di contare fino a cinque. Uno, due, tre… Quando arrivi a quattro, io cambio angolo e tu resti a metà tra l’una e l’altra me. È lì che nascono le promesse.

Il primo piano scivola dalle spalle alla vita, ritorna alle mani. Lascio che lo specchio faccia il suo mestiere: moltiplicare ciò che merita di essere rivisto. Mi chiedi di inclinare la testa verso sinistra; lo faccio, tenendo gli occhi fermi in camera. Ti piace quando ti guardo davvero, anche se lo sto facendo due volte.

C’è un gioco che non nomino, ma che conosci: un dettaglio discreto che vibra appena, come un metronomo usato solo per il respiro. Non serve mostrarlo; basta accordarci su quando ascoltarlo.

Mi siedo, lascio una spalla nuda, aggiusto l’elastico della mascherina. L’aria è pulita, quasi profumata, come quando si entra in un teatro vuoto e si capisce che sta per iniziare qualcosa.

“Vuoi una scena più soft o più ferma?” chiedo. “Ferma,” scrivi, “ma con la tua voce.”

Allora avvicino il microfono, chiudo gli occhi e parlo piano: dico dove metterò le mani, quale curva seguirà la luce, come mi sposterò quando il ritmo lo chiederà. La mia voce scende di un mezzo tono, le parole si allungano come seta tirata tra due dita.

Nel riflesso, metto una clip tra i capelli. Il suono è breve ma preciso. Lascio che lo specchio catturi la linea della mascella, poi apro un bottone della camicia uno solo, lentamente, senza cambiare il respiro. Tu scrivi “così,” e io non tocco più nulla per qualche secondo. È incredibile cosa può fare un tempo vuoto messo al posto giusto.

Faccio scivolare via il nylon solo dal piede destro. La pelle nuda incontra l’aria, il tallone affonda appena nel cuscino, le dita si aprono come un saluto privato. Contrasto: un piede velato, uno scoperto. “Perfetto,” scrivi.

Appoggio la cavigliera e la chiudo con un clic morbido. La piccola catena si muove quando ruoto la caviglia e la luce la trasforma in un segnale. Non serve altro: sei lì, esattamente dove volevo.

Cambio lentezza. Allungo una sciarpa di seta e la lascio cadere sul dorso del piede nudo; la seta scivola e si ferma all’attaccatura delle dita. Il nylon, dall’altra parte, trattiene un bagliore. Avvicino la camera al plantare, rallento finché vedi i micro movimenti: l’istante in cui l’alluce guida e gli altri lo seguono. Mi chiedi “ancora”. Te lo do.

Poi ribalto il gioco: rimetto il tacco, sollevo il piede, tic. Ogni colpo è un battito; ogni battito, un passo più vicino.

«Resta sul mio arco: lì c’è il tuo posto.»

Mi alzo e mi metto di taglio; con una mano, segno sul vetro una riga invisibile. Inquadro le dita guantate che scivolano sulla superficie e si fermano esattamente dove lo sguardo ti ha già portato.

“Ancora,” scrivi. “Qui,” rispondo. E torno , con la precisione di chi sceglie il millimetro e non il gesto.

La luce si fa più bassa. Spengo la lampada e lascio solo la striscia sottile dello specchio: una lama calda che separa e unisce. Sul comodino, una cavigliera attende; la sfioro senza indossarla, per oggi basta il pensiero.

Ti chiedo se vuoi che cambi musica. “No, resta così.” È la risposta che preferisco: quando non servono più strumenti, vuol dire che ci siamo.

Chiudo con il mio finale preferito. Porto l’obiettivo molto vicino alla bocca—resta fuori campo, vedi solo il taglio del sorriso—e lascio che il riflesso raccolga il resto: spalla, guanti, camicia socchiusa.

“Adesso,” dico piano. E non muovo più niente. Nella pausa c’è la chiamata intera: preparazione, ritmo, sguardi, fiducia.

Stacco la registrazione quando il tuo respiro torna regolare. Rimango un momento in silenzio, guardo la me nello specchio, poi la me in camera. Sono due e una sola. Piego la camicia, ripongo i guanti, spengo la striscia di luce.

La notifica arriva: “È stato come essere nella stanza con te.”

Sorrido. È quello che volevo. In fondo, la stanza degli specchi serve a questo: farti vedere il doppio e farti sentire esattamente qui.

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    1 comment

    1. Ottobre 2, 2025 at 11:02 am
      Renato

      Video privato tette

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