
- Agosto 10, 2025
- 7:42 pm
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Avevi scritto tutto con precisione: prima cameriera, poi poliziotta, infine segretaria. “Tre scene, stessi occhi,” dicevi. Mi è piaciuta subito quella frase: cambiano i vestiti, resta il ritmo tra noi.
Preparo il set in silenzio. Sul letto, le tre versioni di me: il grembiule nero con il fiocco in vita, il cappello con la visiera lucida, la camicia bianca con la cravatta sottile. Regolo la luce calda, inclino la camera, appoggio il rossetto sul comodino come un punto esclamativo. La chiamata parte. Ci sei.
Scena 1 – Cameriera
Entro nell’inquadratura con un vassoio e un sorriso che promette complicità. Il pizzo del grembiule si muove appena, la stoffa disegna piccole curve al passo. “Ha ordinato qualcosa di speciale?” sussurro, chinandomi quel tanto che basta per chiederti attenzione. Tu annuisci senza parlare. Io inclino il capo, raccolgo una ciocca dietro l’orecchio, appoggio il vassoio, poi ti guardo davvero non come una comparsa, ma come chi ha capito cosa vuoi vedere.
Scegli tu chi devo essere. Il resto lo faccio con lo sguardo.
Lascio che la frase resti appesa un secondo in più. Giro attorno alla sedia, sistemo il fiocco, pulisco un bicchiere che non ha bisogno di essere pulito: il gesto è il messaggio. Quando capisco che il respiro ha preso il ritmo giusto, sorrido e scompaio dallo schermo. Cambio.
Scena 2 – Poliziotta
Visiera bassa, camminata sicura, tono più fermo. Torno in video e ti raggiungo con lo sguardo prima ancora di parlare. “Documento,” dico, e la parola è un gioco di ruolo che capiamo subito. Mi avvicino alla camera lentamente, alzo la visiera con due dita, resto in silenzio: a volte l’autorità è l’arte di aspettare. Tu reagisci come speravo: immobile, attento, con quel mezzo sorriso che significa “continua”.
Ti chiedo “dove stai andando con quegli occhi?”. Tu: “Dove mi porti.” E allora li porto dove voglio: un giro di visiera, un cambio di angolo, una pausa che pesa. Lascio un attimo di buio tra una micro-scena e l’altra. È lì che senti di più.
Scena 3 – Segretaria
Luce un po’ più fredda, occhiali, camicia bianca abbottonata con rigore. Mi siedo, apro un quaderno—lo so, non ti serve che scriva davvero, ma ti piace l’idea che io prenda nota di te. “Agenda piena, ma per lei c’è sempre uno spazio,” mormoro, facendo scorrere un dito sulla riga vuota. Il tono cambia: meno teatro, più prossimità. Ti parlo come se ti avessi di fronte, appena oltre la scrivania.
Tolgo gli occhiali, li rimetto. Appoggio il polso al mento e ti fisso in silenzio. È il momento più semplice, quello che funziona sempre: smetto di interpretare e rimango io, con addosso un personaggio che si lascia attraversare.

Tra una scena e l’altra non ci sono stacchi netti: solo passaggi. Sei tu che li senti arrivare, come quando riconosci una canzone dai primi tre secondi. Muovo la camera di un soffio, cambio la musica, regolo il respiro. Ti faccio capire che potrei aggiungere altri costumi alla fila infermierina, libraria, trainer ma oggi ne bastano tre: sono abbastanza per dirti che posso essere tutto, senza smettere un attimo di essere me.
L’ultima inquadratura è pulita: luce morbida, camicia aperta quel tanto che suggerisce, non dichiara. Ti chiedo se vuoi rivedere una scena, accorciare una pausa, spostare un accento. “No,” scrivi, “lascia tutto così. È il tempo che hai dato a farlo diventare vero.”
Sorrido. Chiudo il quaderno, spengo la lampada, resto qualche secondo davanti allo schermo, in silenzio, solo per fermare l’immagine come si fa con i ricordi belli, quando si sa che torneranno.

La chiamata finisce. Sul letto, i tre abiti riposano in fila, come se avessero recitato davvero. Li piego con calma, rimetto a posto la visiera, sistemo il grembiule. Penso alla tua frase“ tre scene, stessi occhi” e alla promessa che ci siamo fatti senza dirla.
La prossima volta sceglierai tu da dove iniziare. Io porterò il resto. Sempre lo stesso sguardo. E un costume in più.