
- Luglio 7, 2025
- 8:59 pm
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La stanza è quasi buia, il mondo fuori sembra sospeso. Lascio che una sola lampada disegni il profilo delle cose: la curva della sedia, la linea delle mie spalle, un riflesso sul vetro. Sposto i capelli da un lato e allungo la mano verso i guanti neri. Li indosso piano, dito dopo dito. La pelle fa quel suono morbido che conosci, come un sospiro lucidissimo.
Lo schermo si accende: ci sei. Ti avvicini senza parlare, trattieni il respiro un attimo più del dovuto. Sorrido. Mi piace quando percepisco la tua attesa: è come una corda tesa tra noi, pronta a vibrare al primo cenno.
Mi passi il saluto con un cenno del capo; rispondo inclinandolo appena, lasciando che il riflesso scivoli sul rossetto. Apro e chiudo le dita guantate, come a misurare l’aria tra noi. Non serve correre: la lentezza è un modo di guardarsi. “Sei pronto?” chiedo con la voce bassa, quella che uso quando scelgo il ritmo. Tu annuisci.
Porto la mano alle labbra, resto così per un secondo in più. Poi mi alzo, regolo l’inquadratura, poso un ginocchio sulla sedia. È un gesto semplice, ma tu lo segui con gli occhi, come se avessi appena cambiato stagione.
«Dimmi come vuoi che ti guardi… e non mi fermerò.»
La frase rimane sospesa tra noi. La vedo scorrere sulle tue pupille prima ancora di sentirla nella mia voce. Ti avvicini di qualche centimetro, come se anche lo schermo potesse cedere. Mi chiedi un dettaglio: la luce più calda. Obbedisco. Mi chiedi un altro dettaglio: il polso vicino alla bocca. Lo anticipo. Ogni tua richiesta è un passo; ogni mio gesto, un invito.
Ti parlo poco, giusto quanto basta per guidare il respiro. Mentre muovo la camera di un soffio, lascio che la stoffa del vestito disegni una linea nuova. Non mostro tutto: scelgo cosa farti vedere, e cosa solo immaginare. L’attesa è un paese che conosciamo bene; io ci cammino a piedi nudi, tu mi segui senza fare rumore.
“Così?” domando, spostando l’angolo di qualche grado. “Così,” rispondi. E nella tua voce c’è il peso dolce del sì detto due volte.

Il tempo, in chiamata, non è mai quello dell’orologio. È fatto di piccoli trattenimenti, di sospiri che arrivano un attimo dopo, di parole che si posano dove decidiamo noi. Avvicino il viso alla webcam, lascio che lo schermo catturi solo gli occhi. Senti più vicino il mio sguardo di quanto non sentiresti la mia mano.
Ti chiedo di contare in silenzio fino a cinque. Uno. Due. Tre. Quattro. A cinque mi allontano di un passo, poi ritorno. Questo è il gioco: esco dal quadro e ci rientro con un ritmo che ti toglie un battito e te ne restituisce due.
Mi chiedi un accenno di tessuto diverso, la promessa di un cambio d’atmosfera. Apro un cassetto lentamente, come se contenesse neve. Non serve mostrare: basta il rumore di ciò che si prepara. Appoggio qualcosa fuori campo; il microfono cattura un piccolo tocco, sottile. Tu sorridi. Io pure.
“Adesso dimmi cosa vuoi sentire,” sussurro. Ed è in quel momento che capisco che non stai più guardando: stai ascoltando. È lì che la distanza crolla, e rimane solo la voce a tenerti dove io scelgo di starti accanto.
Ti porto con me per un giro lento della stanza. Le luci basse fanno il resto: tagliano quello che non serve, esaltano la curva buona, lasciano all’immaginazione il piacere del contorno. Do al silenzio il suo spazio: un secondo, due, poi una parola breve.
Ti dico “adesso” quasi senza suono. E quel “adesso” ti entra nelle spalle come una scossa lieve. Non c’è fretta: c’è precisione. È diverso.
Sorridi senza parlare, e vedo che cerchi l’aria con la bocca. Mi piace quel modo in cui ti perdi per un istante e poi ritorni. Ti racconto in due frasi come mi sono preparata: la scelta della musica, il profumo lasciato su una giacca, il nastro che scivola dal polso. Sono dettagli piccoli, ma sono tuoi—perché li sto dicendo a te, qui, ora.
La mano guantata risale lungo il collo, e la camera cattura la scia lucida che rimane. Non c’è bisogno di altro. Mi fermo, ti guardo davvero, come si guarda qualcuno che si vuole ricordare.

Ti chiedo cosa resterà di questa chiamata quando chiuderemo. Forse una traccia sulle labbra, forse un ritmo nel petto, forse l’idea che certe cose esistono proprio perché non si toccano.
Rallento. Lascio che l’immagine si fermi su un’inquadratura pulita: spalle, collo, bocca. La luce disegna la fine e, insieme, una promessa.
“Ci sei?” domando a bassa voce, per l’ultima volta.
“Ci sono,” rispondi.
Allora spengo la lampada. Lo schermo si fa scuro un secondo prima della chiamata. E capisci che il desiderio, quando è fatto bene, continua al buio—e porta ancora il suono dei guanti neri.