Il suono dei tacchi

La stanza è pronta molto prima che tu arrivi. Ho lucidato i tacchi finché il riflesso è diventato una linea sottile di luce, posato una cavigliera sottile sul comodino e steso sul letto un paio di collant color fumo, morbidi come un segreto. Accendo la lampada più bassa, quella che disegna l’arco dell’instep e lascia in penombra il resto.

Massaggio lentamente una goccia di olio profumato sulle piante; le mani seguono una mappa che conosco bene: dita, arco, tallone. Non c’è fretta; il tempo si misura in passi lenti e in respiri che si accordano.

La chiamata si apre. Saluti piano, come se il volume potesse rovinare l’immagine. Ti rispondo con un primo piano dal basso, così vedi le caviglie, la curva morbida del piede, la promessa del nylon poggiato accanto. “Da cosa vuoi iniziare?” chiedo. Tu scrivi: “Tacco.”

Appoggio il tallone sul bordo della sedia. Tic. È un suono che conosci, un invito. Inclino la gamba, lascio che la luce corra lungo il profilo, poi faccio scivolare la punta del tacco sul pavimento un centimetro dopo l’altro. Sorrido senza farmi vedere il volto: oggi parlano i piedi.

«Dimmi come vuoi che ti guardi… e non mi fermerò.»

Infilo lentamente i collant. Il tessuto sale piano, disegna la caviglia, accarezza l’arco. Con le dita chiudo la trama dove serve, poi appoggio il piede sul cuscino e lascio che la telecamera assorba il movimento. Ti vedo fermarti, come quando un libro prende la pagina giusta. “Più vicino,” scrivi. Obbedisco.

Le dita si flettono dentro il nylon, poi lo tratto con rispetto, come una seconda pelle da ascoltare. Gira la caviglia, torna, si ferma. Tocco il bordo della trama con l’unghia, una volta sola, giusto per segnare un accento.

Tolgo il tacco sinistro e lo poso vicino all’obiettivo, inquadrandone la curva. Il destro resta indossato: asimmetria sottile, quel tipo di tensione che non grida. Con l’indice seguo la linea dell’arco: il punto in cui la pelle impara a diventare invito. Ti dico piano: “Da qui a qui,” e accompagno lo sguardo. I tuoi messaggi si accorciano; succede sempre quando troviamo il ritmo.

Faccio scivolare via il nylon solo dal piede destro. La pelle nuda incontra l’aria, il tallone affonda appena nel cuscino, le dita si aprono come un saluto privato. Contrasto: un piede velato, uno scoperto. “Perfetto,” scrivi.

Appoggio la cavigliera e la chiudo con un clic morbido. La piccola catena si muove quando ruoto la caviglia e la luce la trasforma in un segnale. Non serve altro: sei lì, esattamente dove volevo.

Cambio lentezza. Allungo una sciarpa di seta e la lascio cadere sul dorso del piede nudo; la seta scivola e si ferma all’attaccatura delle dita. Il nylon, dall’altra parte, trattiene un bagliore. Avvicino la camera al plantare, rallento finché vedi i micro movimenti: l’istante in cui l’alluce guida e gli altri lo seguono. Mi chiedi “ancora”. Te lo do.

Poi ribalto il gioco: rimetto il tacco, sollevo il piede, tic. Ogni colpo è un battito; ogni battito, un passo più vicino.

«Resta sul mio arco: lì c’è il tuo posto.»

La frase rimane nell’aria e la sento sistemarsi esattamente dove deve. Massaggio l’olio sul piede nudo con movimenti circolari; non è fretta, è cura. Con l’altro piede, ancora in nylon, traccio una linea invisibile sul polpaccio: la tramasussurra, il suono è piccolo ma arriva.

Ti chiedo: “Vuoi che tolga anche l’altro?” Silenzio di due secondi. “No, così.” Perfetto. La differenza è la nostra grammatica.

Appoggio entrambi i piedi sul bordo del letto, paralleli, poi li disallineo di mezzo palmo. Un gesto minimo, e cambiano tutte le proporzioni. Ruoto le caviglie, prima insieme, poi alternate, come una conversazione tra due voci che si capiscono a sguardi.

Alzo appena la camera, angolo nuovo: ora vedi il collo del piede scorrere in avanti, l’arco che si tende e si rilassa. Dico “conteggio”: uno, due, tre. Al tre, l’alluce disegna un piccolo sì. Non è coreografia, è ascolto reciproco.

La luce si fa più calda. Rimetto il tacco destro, lascio il sinistro nudo. Avvicino il piede nudo allo schermo fino quasi a toccarlo; ti sento trattenere l’aria. “Respira,” sussurro. “Segui.”

Torno indietro di pochi centimetri, tanto basta per restituirti tutto: la curva dell’arco, il tallone lucido, la cavigliera che prende ritmo, il nylon che vibra quando incrocio le gambe. È lì che capisco di averti dove volevo: presente, senza rumore.

Chiudo con un gesto semplice. Sfilo piano la cavigliera e la lascio cadere sul tacco come una virgola che promette un seguito. Resto immobile per tre secondi: uno per la pelle, uno per il nylon, uno per il suono del tacco che ricorderai più tardi.

Poi spengo la lampada e lascio soltanto la luce dello schermo. “Ci sei?” domando. “Sì,” rispondi. “Ancora?”

Sorrido: so già la risposta, ma mi piace sentirla. Il linguaggio dei piedi è questo: poche parole, molti segni, la certezza che domani sapremo ricominciare dal primo passo.

Share

    Leave a comment

    Your email address will not be published. Required fields are marked *